FIFTY SHADES OF FF - 2ND CONTEST

FIFTY SHADES OF FF - 2ND CONTEST

martedì 10 giugno 2014

TENTAZIONE






Tentazione

«Alzati pigra!» Rose era in panico da gara e continuava a scuotere la sorella affinché si decidesse a scendere dal letto e a prepararsi per raggiungere Villa Dei Reali dove si sarebbe tenuto l’annuale concorso ippico per principianti della contea di Sussex. Si erano trasferite nel New Jersey in tenera età, quando la madre aveva perso la vita in un tragico incidente e Charlie, il loro padre, aveva sentito il bisogno di ricominciare una nuova vita lontano da Washington e dai tristi ricordi. Avevano vissuto un’infanzia serena e Charlie non aveva fatto loro mancare nulla. L’equitazione per Rose era diventato un chiodo fisso. 
Era stata proprio Isabella ad avvicinarla a quel mondo, assecondando la passione del cugino Jasper e la folle idea di lui di far diventare le sorelle gemelle delle giovani campionesse di salto ad ostacoli. Questo era avvenuto tre anni prima, quando avevano diciassette anni appena compiuti e, lungo il corso di quegli anni, Isabella aveva deciso di abbandonare quel pericoloso sport per dedicarsi con più impegno al proprio studio per diventare designer. Rose in groppa a quegli animali, così elegantemente maestosi, sembrava al contrario aver realizzato il suo sogno più grande e gli studi erano divenuti per lei l’ultimo pensiero. Jasper, per un breve periodo di tempo, aveva seguito Rose insegnandole le basi dello stare in sella, ma lei aveva insistito per avere lezioni da qualcuno di più preparato, così Jas l’aveva accontentata affidandola ad un istruttore di federazione che, dopo un anno di allenamenti estenuanti, l’aveva aiutata a superare l’esame per il patentino di primo grado. Poco dopo quel tale le aveva venduto anche il proprio cavallo, condannando lei e Charlie ad avere un nuovo membro di sette quintali in famiglia. Tyson Dubbinout.
«Ma non è un po’ presto? Che ore sono?» Isabella era raggomitolata tra le coperte che durante la notte erano divenute un ammasso informe.
«Sono le sette. Devo essere lì almeno due ore prima della gara, dai spicciati. C’è l’iscrizione da compilare, Tyson da preparare, il percorso da studiare e…Edward mi aspetta.»
«ok! Ok! Prendi fiato, ho capito.» Isabella conosceva sua sorella abbastanza da capire quando stava esagerando e in quel momento si dimostrava  decisamente eccessiva.
«Pensandoci bene non sono sicura che venire a vederti sia una grande idea.» Bofonchiò girandosi dall’altra parte.
« Me l’hai promesso, Bella.»
«Non è affatto vero, mi hai implorata in ginocchio. Chiama Emmet.»
«Met non può venire a darmi una mano oggi. E’ impegnato con suo padre e quel suo cavolo di campagna elettorale e io sono troppo agitata per fare tutto da sola.»
«Non c’è il tuo Edward?» Il tono era volutamente ironico e subito Rose reagì urlandole contro.
«Insomma basta, lo sai che ho bisogno di te, lui lascialo stare oggi, ok?»
«Ulalààà, il capo non si tocca.» Si mise a sedere sul letto stirando i muscoli delle braccia e sbadigliando rumorosamente a bocca spalancata. Era una delle sue abitudini mattutine e niente le avrebbe impedito quel rito liberatorio. Rose invece era una “perfettina” e ogni volta che si trovava costretta ad assistere ai modi sgradevoli della sorella pareva disgustata come se avesse visto un ragno grosso e peloso. Erano sorelle gemelle sulla carta, ma per tutto il resto non avevano proprio nulla in comune. Rose era bionda e raffinata, con grandi occhi blu come la loro madre ma, al contrario di lei, era narcisista fino all’eccesso. Appariva sempre in ordine e adeguata ovunque andasse e, qualsiasi capo di vestiario decidesse di indossare, sembrava sempre appena uscita da Vogue Donna. Anche con cap, stivali e frustino compresi. 
Perfect style lo chiamava.
Isabella invece era un maschiaccio sia nei modi che nel linguaggio, ma l’aspetto era quello di una magnifica e dispettosa gatta a pelo lungo. I capelli scuri sempre sciolti e selvaggi e la carnagione chiara facevano da cornice a grandi occhi scuri e profondi che brillavano ad ogni sguardo. Era forte ed atletica per natura, ma pigra e dormigliona come lo era suo padre. Amava la propria indipendenza e, sebbene avesse molti corteggiatori, l’unico a cui permetteva di starle vicino era il suo vecchio amico Jacob che più che un amico era un “compagno di merende”. Insieme avevano frequentato le scuole primarie e il liceo, mentre per il college ognuno aveva seguito le proprie aspirazioni.
«E se Jake venisse con noi?» Alzò la voce perché Rose la sentisse giù in cucina.
«Per me va bene, purché vi spicciate. Sono già in ritardo per colpa tua..» Stava mangiando qualcosa e la sua voce era impastata.
«Va bene , ora lo chiamo e gli dico che ci passi a prendere lui col coupè. Va bene?» 
Avvertì i passi pesanti di Rose salire di corsa le scale e affannata fare capolino sulla porta spalancata della sua camera.
«Secondo te il cavallo come ci va in villa? Galoppando per i cazzi suoi?» 
Si voltò stizzita e, calciate le ciabatte contro la scarpiera in corridoio, entrò in camera sua sbuffando. Isabella rimase un attimo interdetta e poi disse soltanto: «Vero!»
«Il van è già agganciato al pick-up. Passiamo in maneggio, carichiamo Tyson e partiamo. Il resto è già tutto stipato nel bagagliaio da ieri. E adesso muoviti o me ne vado senza di te.» 
«Non è un’idea malvagia.»
«Bellaaaa!!!»
«Ok, Ok, come non detto. Mi butto in doccia e poi andiamo.»
«Ti do cinque minuti.»
«Che rompipalle sei stamattina, Rose.»
Fece come sua sorella aveva chiesto e mezz’ora più tardi stavano parcheggiando nei pressi della villa che ospitava il concorso. Jake le avrebbe raggiunte in tarda mattinata, impegnato a smaltire una sbornia colossale che la sera precedente si era procurato uscendo insieme agli amici.
«Non credi sia il caso di avvicinarci? La gara si terrà dall’altra parte del parco.» Isabella era ancora mezza addormentata e camminare fino a lì le pareva un’impresa impossibile.
« Non ci conviene. Il campo prova per riscaldare i cavalli è qui accanto e per almeno tre ore non potremo avvicinarci al campo gara. Mi chiamerà Edward quando sarà il mio turno, intanto ci prepariamo ok?»
«Ok. » Si era già pentita di essersi lasciata convincere a seguirla in quell’impresa. Si stava annoiando ancora prima di scendere dal furgone. Lo aveva fatto per un anno intero quando Jasper ancora gareggiava e le costringeva a seguirlo e non era sicura di voler affrontare nuovamente un’altra giornata come quelle. Per rilassarsi si era portata da casa la valigetta con le attrezzature fotografiche che le aveva regalato suo padre. Era una passione scoperta di recente che la incuriosiva e dalla quale era molto affascinata. Era sua intenzione cercare di ottenere qualche scatto decente durante le gare in programma. 
Trovarono una sistemazione al cavallo e insieme lo prepararono agganciando i finimenti e stringendo al minimo il sottopancia della sella. Dopo appena venti minuti cavallo e amazzone erano tirati a lucido e pronti per l’evento.
«Senti Bella, io dovrei vedermi un attimo con Edward, gli devo chiedere un paio di cose, ma al cellulare non risponde. Potresti gentilmente cominciare a far passeggiare Tyson mentre lo vado a cercare in zona gara?»
«Quanto ci metti?» 
«Non lo so, una mezz’ora forse… o poco più.»
«Che palle!» Conosceva la sorella abbastanza da sapere che mezz’ora poteva trasformarsi in un tempo illimitato, quindi vedeva inevitabilmente sfumare i propri propositi di fotografa.
«Faccio in fretta, te lo prometto. Anche perché devo montare Tyson  qui sul campo prova, ci stai?»
«Sembra quasi vero.»
«Ti giuro che torno subito, ok?» 
Bella annuì senza risponderle e afferrate le briglie indirizzò il cavallo lungo i bordi del prato, dove già altri concorrenti stavano facendo camminare i propri animali.
Si guardò intorno notando quanto fossero di età diverse i cavalieri. L’equitazione era uno sport senza tempo, come il golf o il tennis e accoglieva personaggi di ogni genere e livello sociale. Ciò che li accomunava era la passione, senza la quale i risultati, in quella disciplina, erano impossibili da raggiungere. Bella amava quegli animali ed aveva acquisito un discreto livello come cavallerizza, ma, come per molte altre attività sportive tentate fin da bambina, dopo un po’  la noia prendeva il sopravvento. Era istintiva e non riusciva ad obbedire a nessuno.
Molte delle ragazze che frequentavano la sua vecchia scuola di equitazione erano lì con i loro istruttori e, posando lo sguardo da uno all’altro, si chiese che aspetto avesse l’Edward che sua sorella nominava dall’alba al tramonto asfissiandola. Quando Rose si era iscritta al “Circolo ippico Le Fontane” Isabella aveva già smesso di montare a cavallo da un po’ e, nonostante la sorella insistesse, non era mai passata a dare un’occhiata al nuovo maneggio e tantomeno al suo nuovo istruttore.
Faceva molto caldo nel mese di luglio nel Sussex e Isabella  si era sempre chiesta chi fosse l’astuto individuo che aveva scelto un periodo simile per un concorso ippico, quando in autunno le temperature miti avrebbero reso i cavalli meno nervosi e l’evento più piacevole per tutti.
Dopo quasi dieci giri di campo Isabella moriva di sete ed era madida di sudore. Dopo aver legato Tyson alla staccionata, si diresse alla fontana per bere un po’ d’acqua. Sollevando gli occhi dallo zampillo trasparente e fresco vide arrivare Rose di corsa,  tutta agitata e dietro di lei, a poca distanza, un uomo sulla trentina con la sigaretta in una mano e nell’altra un frustino consumato. Indossava occhiali a specchio con la montatura nera e gli abiti da equitazione erano dello stesso tetro colore. Gli stivali in pelle erano coperti di polvere e la maglietta, aderente e con le maniche arrotolate, era bagnata di sudore sul petto. Ciò che la colpì fu la statura dell’individuo e il contrasto di colore tra la pelle bronzea e i capelli imbionditi dal sole. Erano ben curati, tagliati corti sulla nuca e lasciavano in evidenza le linee dure del viso, che sembravano non conoscere il sorriso. Passava accanto ad altre persone ignorandole e continuava a picchiare il frustino sullo stivale destro con colpi secchi, infastidendo gli animali condotti al passo dai loro padroni che continuavano la processione intorno al campo. Rose aveva trovato Tyson legato e, senza fare una piega, il fantomatico istruttore l’aiutò a montarci sopra sollevandola. Strinse il sottopancia regolando la fibbia e dopo aver dato un sonoro colpetto al collo di Tyson passò il frustino a Rose indicandole il recinto di allenamento.
Sembravano non essersi accorti di lei, così poté osservarli indisturbata.  Rose era eccitata e sembrava pendere dalle labbra del suo adorato Edward che tutto sembrava fuorché gentile e premuroso come sua sorella aveva sempre sostenuto che fosse. Sotto al sole cocente del mattino egli sembrava non turbarsi delle temperature asfissianti e continuava a gesticolare, mentre impartiva ordini a più ragazzi del suo corso. 
Isabella non aveva nessuna voglia di conoscerlo, anche se aveva promesso a Rose che l’avrebbe incontrato, così si allontanò verso il pick-up per prendere la macchina fotografica e lo zoom nuovo. Armeggiò per qualche minuto finché l’obbiettivo non ruotò incastrandosi nella sua sede con un sonoro click. 
Era pronta per lo scatto perfetto e provò il funzionamento del suo nuovo acquisto puntandolo in direzione del campo dove la sorella stava passeggiando con Tyson. Tutti i dettagli delle persone e degli animali in movimento le parvero essere vicini all’occhio, da quanto erano nitidi e precisi e, con il filtro in dotazione, i colori risultavano essere più vivi e luminosi. Allargò il campo visivo ruotando l’obbiettivo con la mano sinistra, mentre la destra sosteneva l’apparecchio pronta a scattare e ad imprimere un preciso istante. 
Visualizzò sua sorella che trottava e la seguì puntando l’occhio dentro all’obbiettivo. Realizzò due scatti di prova e li esaminò di seguito sul piccolo schermo della fotocamera. Non era soddisfatta, ma decise di conservarli lo stesso. Selezionò l’opzione per le figure in movimento e sollevò nuovamente l’obbiettivo. Si avvicinò al recinto e vi appoggiò i gomiti per avere mano più ferma. Zummò  a caso e si ritrovò il volto di Edward come se lo avesse a pochi centimetri dagli occhi. Sobbalzò, ma rimase a fissare dentro la piccola finestra dietro la quale era certa di non essere vista. Il giovane era di profilo e si stava lisciando indietro i capelli bagnati di sudore. La mano di lui si era fermata sul collo per massaggiarne la muscolatura, evidenziando quanto fossero lunghe ed eleganti le sue dita.
Osservò il prezioso orologio che aveva al polso, la peluria bionda che copriva i muscoli dell’avambraccio e in quell’attimo Edward voltò la testa nella sua direzione.   Egli abbassò lentamente gli occhiali facendoli scivolare sul naso e, puntando gli occhi su di lei, la lasciò senza fiato. Il dito di Isabella, appoggiato al pulsante, premette per errore e la macchina scattò almeno una decina di foto a raffica. 
Non era certa che l’istruttore di Rose fosse al corrente della sua presenza e quindi riteneva improbabile che avesse puntato gli occhi si di lei di proposito. Poi era lontano almeno una trentina di metri e non poteva essersi accorto che qualcuno lo stesse fotografando. Questo la tranquillizzò, anche se il turbamento non l’abbandonava. Si girò dando le spalle al campo e diede una ulteriore occhiata agli scatti appena effettuati. 
Rimase folgorata. 
Scorrere le immagini velocemente era come guardare un film in miniatura e il primo piano dei suoi occhi era quasi doloroso da guardare. Il verde intenso delle sue iridi era messo in evidenza dal candore del resto dell’occhio e le ciglia lunghe e scure donavano un espressione dolce e selvaggia allo stesso tempo. Il resto del volto era una maschera di gelo e l’insieme era davvero inquietante. Quel tipo le ispirava antipatia a pelle, anche se il suo aspetto era da capogiro. Non le erano mai piaciuti i tipi pomposi che ostentavano la loro fisicità come fossero padroni della Terra. Immaginò pure il tono della sua voce, fastidioso e arrogante, rendendo ancora più forte il suo desiderio di evitare ogni contatto. Sua sorella poteva anche aversene a male, ma non era un problema che riguardava Isabella.  Se ne sarebbe fatta una ragione.
Si allontanò senza più girarsi, puntando dritta ai campi di gara. Il tratto che la separava dalla meta le servì per ritrovare il controllo delle proprie emozioni. 
Si divertì per quasi un’ora a scattare foto ai partecipanti della prima gara, posizionandosi di volta in volta in punti diversi che le offrivano differenti visuali.
La gara finì e fu annunciata la successiva. 
Dal fondo del prato vide avvicinarsi sua sorella su Tyson che, anche se lontano, si distingueva dagli altri cavalli. Era un baio color caramello, alto al garrese almeno dieci centimetri più degli altri e il suo passo era regale e molto accentuato. La folta criniera era ben curata e luminosa come il pelo del manto. Era un esemplare bellissimo. Edward camminava al suo fianco e le parve quasi avere la stessa stravagante andatura. Flessuoso quanto l’animale, sembrava anch’egli brillare tra la folla come un diamante nero.
“Sbruffone” pensò senza riuscire a staccargli gli occhi di dosso. 
Era il momento di visionare il percorso a piedi con l’istruttore e Rose aveva bisogno di qualcuno che le tenesse il cavallo per qualche minuto. Isabella vide sua sorella cercarla disperatamente tra la folla e, incapace di stare a guardare  e di fregarsene, si alzò incamminandosi nella sua direzione. Rose la vide arrivare e la chiamò a gran voce.
«Bella, ho bisogno di te!»
«Lo so, eccomi!» Sussurrò tra sé la risposta, infastidita di non avere scelta e di dover per forza confrontarsi con quel borioso ed enigmatico individuo.
Edward la vide arrivare e non le concesse che un breve sguardo prima di rivolgersi a Rose. 
«Ora vediamo di raggiungere gli altri e di capire cosa ci aspetta. Non dovrebbero esserci grosse difficoltà, stai tranquilla e fai quello che ti dico io.» Rose scese da cavallo scivolando di lato sulla sella e lui la prese al volo appoggiandola a terra con delicatezza.
«Bella che fine hai fatto? Ti avevo chiesto una sola cosa, non mi sembrava così difficile. »
Edward intervenne prima che Isabella potesse risponderle.
«Ora sbrighiamoci Rosalie o non avremo tempo sufficiente per studiare tutto il percorso.» Stringeva le redini di Tyson e inchinandosi leggermente le porse a Isabella che non credeva alle sue orecchie. L’uomo aveva una voce suadente e dal tono carezzevole, molto diversa da quella che aveva immaginato guardandolo a distanza. Era gentile e dolce, mentre le movenze secche e decise suggerivano ben altro. Immaginò il suo sguardo dietro allo specchio delle lenti e ringraziò il cielo che non li avesse tolti mettendola a disagio.
«Tieni». Afferrò con delicatezza la mano di Bella e vi infilò le redini del cavallo. Poi la richiuse tra le sue inglobandola  fino a farla sparire. «E’ tutto tuo.» 
L’ombra di un sorriso gli aveva arricciato le labbra e quelle poche parole sussurrate l’avevano sciolta più del caldo soffocante. Bella finse indifferenza e annuendo sfilò la mano da quella gabbia morbida.  Edward si girò senza dire altro, incamminandosi da solo verso il percorso. La ragazza non poté fare a meno di guardargli il fondoschiena. Era perfetto anche quello.
«Che stronzo!» Disse Bella rivolgendosi a Rose.
«E’ un amore invece. »
«Beh, te lo lascio volentieri.»
«Ci mancherebbe, ne sono felice.» Partì trotterellando verso di lui che giocò a colpirla scherzosamente col frustino. Non era chiaro il carattere di quell’uomo. Sembrava cambiare espressione con la velocità di un pensiero e aveva l’insolenza di chi ha un’esagerata opinione di sé. Le era venuta voglia di urlare per il nervosismo represso, ma Tyson sollevò la testa di colpo e quasi la fece cadere a terra.
«Mettitici anche tu adesso.» Inveì contro il cavallo che nitrì sommesso, spruzzandole del muco in  faccia.
« Che schifooo…» Era troppo. Tutti la guardavano e il suo volto divenne paonazzo per la vergogna e la frustrazione. Represse ogni emozione, come ben sapeva fare e accarezzò la bestia sulla fronte.
«Scusa bello, è chiaro che tu non c’entri niente. Come fai a sopportare quel…. io proprio non lo so.»
La macchina fotografica si era spenta e la lasciò appesa al collo dondolante. Si permise di guardare in direzione del campo, cercando di localizzare il “bipede borioso” e come se l’avesse chiamato egli brillò nel gruppo, sovrastando gli altri e dispensando consigli e avvertimenti. Sentiva il caldo suono della sua voce anche da lì e si maledì per l’effetto che sortiva su di lei.
Quando ebbero terminato il giro di campo i concorrenti uscirono dal recinto, mentre gli istruttori si raccolsero sotto alla tribuna della giuria per confrontarsi tra loro. 
Una donna molto alta e dalle forme prorompenti si era avvicinata ad Edward e sembrava avere una confidenza maggiore rispetto agli altri che si erano rivolti a lui. Lo prendeva sotto braccio e rideva come una sciocca anche se lui non la degnava di uno sguardo e preferiva intrattenersi invece con un uomo alto la metà di lui e in uniforme dell’esercito.
Alcuni partecipanti alla gara indossavano la medesima divisa, ma non erano veramente appartenenti all’arma. Mettevano soltanto a disposizione le loro capacità, quando erano chiamati a farlo. 
La donna doveva essersi innervosita per il comportamento di Edward, tanto da trascinarlo da parte per discutere animatamente. Lui era di gesso. Serrava la mascella e pareva sul punto di esplodere, ma non avvenne. Abbassò lo sguardo a terra e dopo un sospiro annuì e la seguì arrendevole.
Isabella rimase colpita dal suo atteggiamento e dal teatrino cui aveva assistito, ma preferì non chiedere nulla a Rose che stava correndo verso di lei per recuperare il suo cavallo.
«Tocca a te?»
«Sì, sono la prima concorrente in gara. Me la sto facendo sotto.»
«Andrà tutto bene, lo ha detto anche il tuo capo, no?» Unì le mani perché Rose potesse infilarvi il piede e la spinse in alto per permetterle di mettersi in sella.
« Lo spero tanto. Incrocia le dita per me.»
«Tranquilla, in bocca al lupo sorella.»
«Crepi tra le fiamme dell’inferno, il bastardo.» Era il loro scongiuro che usavano fin da bambine e Rose era convinta fosse potente quanto un talismano.
La mattinata trascorse serenamente. Rose aveva conquistato la seconda posizione e ritirato la coccarda davanti ai giudici. Edward sembrava essersi dissolto nel nulla e Isabella si rilassò, godendosi l’aria fresca che aveva portato sollievo in quella fornace.
Di Jake non  vide manco l’ombra, ma sapeva di doverselo aspettare. Quando si ubriacava si gettava sul letto vestito ed era tanto se ricordava di respirare.
Tornarono a casa prima del tramonto e dopo una doccia si infilarono a letto chiacchierando attraverso il muro che divideva i loro letti, finchè non si addormentarono.
Il mattino seguente, ancor prima che sorgesse il sole Isabella si era svegliata di colpo ansimante. Le guance arrossate e  il fiato corto si sentiva eccitata oltre ogni ragionevole limite. I pantaloni del pigiama erano bagnati tra le cosce e sentiva la lingua farle male alla base come se l’avesse tirata fuori per troppe volte.
Qualche minuto per riprendersi e ricordò il sogno che l’aveva impegnata a più round durante la notte.
«Cazzo.» Disse tra sé posando le dita sulla bocca. 
Aveva sognato di avere rapporti di ogni tipo con “il pezzo di stronzo” e ricordava dettagliatamente ogni suo muscolo contrarsi, mentre affondava in lei senza mai fermarsi. Ricordava, quasi vergognandosene, la foga di lui e l’impeto con il quale le sbatteva il suo enorme membro fino in gola. Ecco spiegato il motivo del dolore alla lingua. Si sfiorò il seno, ricordando come l’avesse colpita col frustrino e le parve di sentire sotto le dita i segni sulla pelle ferita. Sollevò il pigiama, ma il suo seno era integro e perfetto. Tirò un sospiro di sollievo, ma al tempo stesso quel ricordo la turbò. Era stato del sesso spaziale e ripensare agli occhi di lui che la sfidavano pompando in lei senza sosta la eccitò di nuovo.
«Trapanetor.» Si ritrovò a sorridere del soprannome che gli aveva affibbiato. 
Si alzò e si diresse al bagno appena fuori dalla sua stanza. Aprì la porta e trovò Rose nelle sue stesse condizioni.
«Che ci fai tu qui a quest’ora?»
«Niente. E tu?»
«Niente, perché?» Si guardarono entrambe da capo a piedi ed esplosero a ridere senza conoscerne la ragione. 
«Spostati che faccio la pipì dai, mi hai fatta morire di spavento. » Isabella ruppe quell’imbarazzante quadretto tornando alla solita complicità che le accomunava. Rose si mise davanti al lavandino guardandosi allo specchio. Osservava la sorella riflessa nel vetro, lavandosi le mani.
«Che ne pensi?»
«Di che cosa?»
«Di lui. » Isabella finse di non capire, ma il solo pensiero della notte di fuoco che aveva appena trascorso nella sua fantasia la fece quasi gemere.
«Lui chi?» Afferrò la carta igienica e si pulì, soffermandosi ad analizzare la carta igienica prima di gettarla nel water.
« Lo fai ancora? Ma che schifo? » Isabella rise e se ne fregò. Si alzò e mise pure lei le mani sotto al getto d’acqua. Entrambe guardavano l’altra attraverso il riflesso dello specchio. 
«Di Edward, scema.»
«Oh, lo stronzo intendi.»
«Dai smettila. Parlo sul serio.»
«Beh, anch’io.»
«Ti sta proprio così antipatico?»
«Peggio, non lo sopporto proprio. E’ arrogante e si muove come se ce l’avesse solo lui in mezzo alle gambe.» Rivide il poderoso ospite che egli nascondeva tra le gambe scivolarle in bocca e le sfuggì un lamento.
«Che hai?»
«Niente, un po’ di raucedine in gola.» Altro che raucedine. Bella sognava di sentirlo scivolare ancora…e ancora…e ancora. Deglutì e sospirò allo stesso tempo quasi strozzandosi.
«Comunque mi ha detto che vorrebbe che al prossimo concorso partecipassimo entrambe. Gli ho detto che sei brava quanto me e vorrebbe che ti unissi alla squadra di noi principianti.»
« Sei pazza? E quando te la detto?» Non sapeva se infuriarsi o esserne felice. Tutto in lei era stravolto da quelle immagini che le si riproponevano senza sosta lasciandola spossata.
«Prima di andare via con Tania, la padrona del maneggio. E’ stato carino, no?»
«Tania? Alta, tettona, culo da paura?»
«Sì! Lei.»
« Hai capito il manzo. Se la fa con la padrona lui.»
«Hanno avuto una storia appena Edward si è trasferito qui a lavorare per lei, ma non è durata. Sono rimasti però in ottimi rapporti.»
«Proprio una bella storia.»
«Già!Allora cosa ne pensi? Verrai con me agli allenamenti?»
«Nemmeno se mi pagano, Rose.»
« Io ci ho provato. Dovrò dirgli che te la fai sotto dalla paura.»
«Che cazzo dici, lo sai che non ho paura di niente io.»
«Dimostralo.»
«Col cazzo!»
«Ma che hai oggi, sempre col cazzo in bocca, smettila.»
Isabella arrossì rigirandosi la lingua nella cavità orale indolenzita e la sorella si mise a ridere pensando provasse vergogna.
«Torna a dormire che è meglio.»
«E tu togliti quel cazzo di bocca. » Isabella si portò le mani alle labbra, quasi fosse comparso all’improvviso l’inopportuno e vigoroso “volatile”.
Rise sotto le lenzuola finché la sveglia suonò e dopo la doccia fu felice di riprendere la routine delle sue giornate.

Qualche giorno più tardi Rose chiese la macchina alla sorella per andare al maneggio, ma Isabella ne aveva bisogno per andare da Jake a cena e non gliela voleva prestare.
«La mia è a riparare Bella, non fare la stronza.»
«Non voglio fare la stronza, mi serve davvero.»
«Certo, come no! Chiedi a Jake di passare a prenderti.»
«Ha solo la moto. La sua auto è in concessionaria. Ha deciso di venderla.»
«Proprio oggi?»
«Non è colpa mia.»
«Allora accompagnami tu.»
« E dopo come torni?»
«Chiedo a Edward un passaggio sulla sua moto.»
«Pure.»
«Beh, che c’è di male?»
«Assolutamente nulla.» E invece la cosa la infastidiva parecchio.
« A che ora devi andare?»
«Alle diciotto. Fai in tempo a tornare e a prepararti con calma. Ti prego.» Guardò la sorella con i suoi famosi occhi da pesce lesso in calore e alla fine Isabella cedette.
«Ok, prendi la tua roba e andiamo, prima che cambi idea.»
«Siiiiiiì, faccio in un lampo. Tu aspettami in macchina.»
Qualche minuto più tardi la raggiunse e in breve tempo furono al maneggio. 
«Siamo in anticipo, ti va di conoscere i miei compagni?»
« Si era detto un passaggio e via o sbaglio?»
«Dai, non fare la preziosa. Sono tutti molto simpatici. Ti piaceranno. Fammi contenta.» Aprì la portiera della macchina brontolando e Rose sembrava aver vinto la lotteria. Amava stare con la sorella più di quanto desse a vedere ed era orgogliosa di presentarla a tutti i suoi amici.
La condusse verso la “club house” dove tutti quanti si riunivano prima di spostarsi nel maneggio coperto.
Salì la scala di legno che conduceva alla stanza di ritrovo e passando gettò lo sguardo nel corridoio parallelo.
Sul fondo c’era una stanza con la porta spalancata e all’interno c’era Edward, chinato in avanti che infilava gli stivali di pelle aiutandosi con un calzante lungo quanto la tomaia. Stringeva la sigaretta tra le labbra e le volte di fumo gli avvolgevano il volto accarezzandolo pigramente. Era tutto vestito di nero come la prima volta che lo aveva visto, ma non indossava gli occhiali.  Sistemate le calzature si era messo diritto, aggiustandosi vigorosamente l’ingombrante pacco, stretto nei pantaloni attillati. Si girò afferrando la sigaretta tra le dita e dopo aver raccolto una boccata di fumo, la tolse di bocca allungando il braccio lungo la gamba. La fissò per qualche istante penetrandola e, gettando fuori il fumo dalle narici, diede un colpo alla porta chiudendola e lasciando Bella come una cretina impalata sul pianerottolo. Si sentiva una spiona, ma era stato solo un caso.
Quegli occhi la uccidevano.
Rose non si era accorta di nulla ed era tornata a prenderla afferrandole il polso e trascinandola di fronte al gruppo raccolto intorno al tavolo.
Tutti la salutarono calorosamente, ma lei era come inebetita e non riusciva a pensare ad altro che a quegli occhi fissi su di lei. Ognuno di loro le aveva chiesto di unirsi alla squadra e iniziò ad insospettirsi che quel passaggio, così tanto implorato dalla sorella, fosse stato calcolato a tale scopo.
All’improvviso si fecero silenziosi e tutti puntarono gli occhi dietro di lei. Un brivido ruvido come carta vetrata le segnò il percorso dalla nuca alla punta dei piedi e ritorno. Era lui. Ne era certa. Era come intrappolata. 
« Non dovete insistere se Isabella non vuole unirsi a noi.»
Tutti vociferarono insieme cercando di convincerlo di quanto fosse invece una buona idea. Rose era persa a fissarlo. La odiò, pensando avesse architettato tutto a tavolino.
«Non sono in grado di aiutarvi ragazzi, sono parecchi mesi che non salgo in groppa ad un cavallo.» Disse Bella di getto.
«Non ci credo.»
La voce di lui era sempre alle sue spalle, ma più vicina. Sentiva vibrare la pelle dietro la nuca al richiamo mellifluo di quel suono. Miele e veleno erano mescolati insieme in pari misura e, il sapore che rimaneva in bocca nell’assimilare il cocktail, pareva droga. Un lacerante,  indulgente e malefico narcotico.
«Forse la nostra amica è spaventata.» Isabella odiava sentirsi dare della paurosa e si girò d’istinto trovandoselo ad un palmo da lei. La scrutava dall’alto della sua statura, scombussolando tutto il suo animo da gatta ribelle e riducendola ad un minuscolo micetto sparuto.
«Io non ho paura…di niente.» La bocca le rimase socchiusa. Nessuno dei presenti era riuscito a capire cosa avesse detto…tranne lui. La divorava con gli occhi piegando la testa da una parte. Lei seguì il movimento, come un serpente a sonagli segue il richiamo del suo incantatore. Poi Edward sollevò gli angoli delle labbra, dando vita al più bel sorriso che Isabella avesse mai visto in vita sua. 
Dov’era ora la sua macchina fotografica?Quello sì sarebbe stato uno scatto memorabile. 
«Fammi vedere cosa sai fare, cucciola.» Il nomignolo la mandò in bestia, ma al tempo stesso le aveva sconquassato il cuore. Lo aveva sussurrato appena, ma negli occhi di lui aveva letto la sfida che le aveva lanciato.
Quell’uomo era come una maledizione. O una benedizione…dipendeva dai punti di vista.
«Non ci penso proprio.»
«Fallo!»
« E perché dovrei.»
« Perché te lo chiedo io.»
«E come monto, in abitino e sandali infradito?»
Lui abbassò gli occhi accarezzandole il corpo con lo sguardo. Isabella sentiva il suo respiro calmo che sapeva di tabacco e di liquirizia avvolgerla come fosse una caramella da succhiare. Tornò a fissarla penetrante. Era da urlo.
«Non è una cattiva idea, se togli la sella potrebbe anche piacerti.»
«Fottiti!»
«Sta attenta o rischi di farti male…Bella!»
«Stronzo!»
«Fifona!»
«Fanculo!»
«Femminuccia!»
«Ah è così che la pensi? Ora ti faccio vedere io.»
«Sei bellissima.»
«Vaffanculo, falla finita.» Scese le scale seguita dall’intero gruppo che nel frattempo aveva assistito al siparietto senza fiatare. Rose stava davanti a tutti gli altri e non poteva credere a quello che stava succedendo.
Edward senza fretta aveva raggiunto il box di Tyson e lo aveva aiutato ad uscire afferrando le briglie. Aspettava calmo.
Come una pazza Isabella lo aveva avvicinato dopo aver girovagato a vuoto e strappandogli dalle mani le redini lo sfidò con lo sguardo.
«Sei sicura di volerlo fare?»
«Mai stata più sicura in vita mia.» Dicendolo slacciò il sottopancia e fece cadere di lato la sella. Tyson si innervosì e cominciò a scalpitare. Lei lo tenne fermo e strappando il tappetino sottosella balzò in groppa all’animale come un felino. Edward era sbalordito.
Pochi passi per allontanarsi dai presenti ed Isabella entrò galoppando sotto al tendone del campo coperto. Era come posseduta. Nessuno l’aveva mai fatta infuriare fino a quel punto e ora convogliava quel risentimento in energia pura che la attraversava confluendo nella morsa delle sue gambe avvolte all’animale.
«Bella non fare la scema.» Rose era preoccupata e voleva che quella stupida disputa avesse fine senza danni per nessuno. Era certa che sapesse bene cosa stava facendo, ma ugualmente l’umore di Bella la spaventava. 
«Sta tranquilla piccola, andrà tutto bene. Tua sorella è una forza della natura.» Rose, lo guardò, ma Edward non se ne accorse neppure. Era calamitato da quello che stava vedendo e la luce che gli brillava negli occhi fu come uno schiaffo in pieno viso per lei. 
Sospirò ferita al cuore e tornò ad assistere allo sfacelo di tutti i suoi sogni. Isabella aveva rovinato tutto, ma nonostante questo non le riusciva di odiarla. Era davvero una forza della natura…tutto ciò che lei non sarebbe stata mai. 
Edward camminò fino al centro del campo e, fermo in piedi, iniziò a impartire ordini per vedere di cosa fosse realmente capace quella pazza e splendida ragazza. 
Lei obbediva dando il massimo, senza staccare mai il sedere dalla schiena dell’animale. Sembrava nata per stare sopra quel cavallo e il suo galoppare selvaggiamente, coi capelli al vento,  le cosce nude e piedi scalzi, era la cosa più sexy che Edward avesse mai visto in vita sua. Si  accorse di avere un’erezione, ma lasciò che rimanesse in evidenza, quasi desiderasse renderne lei partecipe.  Le intimò di saltare l’ostacolo più alto e lei vi si gettò contro affrontandolo a testa alta. Volò seguendo il movimento della bestia, fluida e naturale come se lo avesse sempre fatto e lui dovette reprimere la voglia di saltarle addosso e di farla sua sul posto. 
Era finita. 
Tyson fu messo al passo e Isabella scese al volo afferrando le redini che aveva fatto passare sopra la testa del cavallo. Lo costrinse poi ad avvicinarsi all’uomo. 
Aveva il fiatone e le guance rosse per lo sforzo e gli occhi emettevano bagliori come fossero lance infuocate.
«Beh come vedi non c’è un cazzo di niente che mi faccia paura. E in quanto alla monta a pelo…- fece una pausa ad effetto - … credo sia piaciuto più a te che a me, visto come sei messo.» E puntò gli occhi dritto ai genitali di Edward che pulsavano procurandogli dolore. 
Era fantastica. E lui la voleva. Era stregato.
Isabella lasciò il cavallo nelle sue mani e, camminando impettita, uscì dal recinto avviandosi alla sua auto. Rose non ebbe il coraggio di avvicinarla e rimase a guardarla mentre sgommava lontano da lì.
Edward era in estasi. Niente lo aveva mai eccitato quanto lo spettacolo a cui aveva  appena assistito. Doveva assolutamente rivederla da sola per conoscerla meglio.
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Erano passati alcuni giorni quando Isabella accettò l’invito di Jake di uscire per una serata in discoteca. Non amava quei luoghi affollati, ma le piaceva tanto ballare e così aveva accettato. Era nervosa in quel periodo, perché “il bastardo” non voleva andarsene dalla sua testa.
Il Sevenrose era il locale più frequentato della contea e Isabella conosceva molte delle persone che lo frequentavano. Raggiunta la pista però non aveva guardato più nessuno e si era messa a ballare da sola, con gli occhi chiusi e i capelli che le accarezzavano il viso.
Edward era andato lì per sbronzarsi e per stare lontano da Tania che lo asfissiava con le sue inutili avance e, quasi fosse un dono del cielo, la vide. Era leggermente brillo e un po’ esitante si avvicinò a lei. Cominciò a ballare alle sue spalle, respirando il profumo intenso che emanava dal suo corpo sudato. Era straordinariamente bella. Forse ancor più di quanto la ricordava. Era stanco e aveva voglia di uscire di lì. 
Ma non senza di lei.
Erano giorni e giorni che si ammazzava di docce in solitaria per cercare di sopire l’eccitazione che il solo pensarla le procurava. Era la sua occasione di cambiare registro.
Afferrò il polso di Bella senza chiederne il permesso e la trascinò con sé sul retro. 
Isabella rideva, convinta che lui fosse Jacob e continuava a tenere gli occhi chiusi convinta fosse solo gioco. 
Edward l’afferrò attirandola a sé e la baciò con tutto l’ardore di cui fu capace. L’alcol lo rendeva più fragile e dopo due bicchieri diventava evidente quale fosse il suo vero carattere.
 Adorava fare sesso e sapeva durare delle ore, proprio per averne fino a scoppiare. Ma era esigente e a volte troppo violento, tanto da lasciare i segni sulla pelle delle sue amanti. Le metteva in ginocchio, impartiva loro ordini e gli piaceva sentirsi potente. Ma la sua natura, quella che nascondeva dietro all’atteggiamento da duro, era diversa.
Isabella rimase sconvolta quando si accorse di chi aveva davanti, ma non reagì come Edward si aspettava. Rimase immobile per qualche istante e poi pronunciò il suo nome e lo afferrò per i capelli attirandolo a sé fino a fargli male. L’effetto fu devastante e lui la schiantò sul muro pressandola sotto di sé. Le sollevò le gonne, mentre le infilava la lingua in bocca fino ad arrivarle in gola. Isabella lo desiderava quanto lui e non si fece pregare. Rispose assecondando ogni sua richiesta, ma quando fu sul punto di entrare in lei Edward si fermò. Ansimò sulla sua bocca. Sembrava un animale.
«Vieni con me!» Un comando secco al quale ella obbedì senza dire nulla. 
Isabella non aveva mai ceduto ai rapporti occasionali, ma in questo caso la situazione era differente. Dalla sera in cui si erano fronteggiati ella non aveva fatto altro che pensare a lui e la notte, nonostante tentasse in tutti i modi di fare in modo che non accadesse, lei lo sognava e ogni volta Edward la faceva impazzire. Questa era la sua occasione di lasciarsi andare e di godere dei piaceri che fino a quel momento si era negata. Non voleva una storia duratura, o questo era quello di cui cercava di convincersi, ma soltanto sapere cosa si provasse ad avere quel Dio dentro di lei. 
Salirono in moto e, senza casco o altro, presero la strada che portava al maneggio. All’ultima curva egli deviò per una stradina secondaria e dopo poche svolte si trovarono davanti ad una casetta singola, modesta, ma piacevole.
Edward scese dalla moto e voltandosi le afferrò il volto tra le mani e la baciò con rinnovato vigore. Trovò dolce il sapore delle sue labbra e afrodisiaco oltre ogni sua previsione.
La strinse a sé e la condusse verso la porta d’entrata della casa. 
Era aperta e all’interno l’ambiente era rustico e accogliente.
Isabella chiuse l’uscio dietro di sé.
Erano soli.
Finalmente erano soli.
Edward cambiò atteggiamento e divenne più morbido e delicato. Seducendola con la dolcezza e prendendo tutto il tempo necessario per condurla alla sua massima eccitazione. La accarezzava instancabile e sussurrava parole che la portavano a  fare le fusa tra le sue braccia.
«Ti va di stare con me stanotte?» La voce di Edward era di miele.
Isabella rispose con enorme sorriso che si irradiò dentro di lui illuminandogli l’anima. Quella donna era diversa dalle altre e ciò che sentiva dentro al petto abbracciandola non lo aveva mai provato prima. Era straordinaria, folle e soprattutto sapeva tenergli testa come poche persone al mondo. Anche se strano, Isabella in quei giorni di assenza gli era mancata e ora che la stringeva, tra le lenzuola della sua nuova casa, ne comprendeva la ragione. 
Era lei che aveva cercato per tanto tempo negli occhi delle altre donne e ne aveva avuto la certezza dal primo momento che l’aveva vista. 
Non poteva confessarle quello che il suo cuore gli stava urlando, ma poteva farle percepire, facendo l’amore come non lo aveva mai fatto prima, quanto profondo e travolgente fosse il sentimento che provava.
Il sesso era solo sesso. Fare l’amore andava oltre.
Isabella si lasciò condurre oltre gli argini del piacere e quando infine raggiunsero le più alte vette del godimento seppero entrambi che non sarebbe finita lì.
 Isabella aveva le lacrime agli occhi ed Edward la strinse a sé confortandola e baciandole il viso.
«Che c’è cucciola?»
«Non lo so, ma sento il bisogno di piangere.»
«Non voglio vederti piangere. Mi fai sentire in colpa.»
«E di cosa dovresti sentirti in colpa?»
«Di non essere abbastanza per te.» Lo abbracciò stretto, accoccolandosi sul suo petto. 
«Vuoi ancora essere il mio istruttore?»
« Se questo significa poterti guardare mentre cavalchi come l’ultima volta…sì! Eri fantastica. Mi hai fatto impazzire.»
«Me ne sono accorta» E si mise a ridacchiare baciandogli il petto.
«Era quello che volevo.»
«Sei un porco, Edward Cullen.»
« E non hai ancora visto niente.» Si sollevò abbracciandola e stendendosi sopra di lei. Era felice.
Giocavano come due innamorati e, timorosi che la magia finisse, lasciarono che i loro corpi parlassero allo loro posto.
Quella che era nata come un’avventura aveva assunto ora nuove prospettive e Isabella non capiva la ragione per la quale la cosa non la spaventasse. 
Era in pace.
E non desiderava altri che lui.
Fecero l’amore molte volte donandosi l’uno all’altra e in cuor loro sapevano che, ovunque avesse portato la loro storia, quella notte l’avrebbero ricordata per sempre.



SUN AND FUN






SUN & FUN


«Ok, adesso ripetimelo ancora una volta, lentamente. Immagina che io sia una bambina di sei anni o anche meno.»
«Vuoi che ti faccia un disegno? Non hai più niente. Le azioni, le proprietà, i conti…
andati. È tutto andato. Sei al verde, Bella. Il verde più verde e brillante che possa esistere.»
Isabella Swan si strinse la base del naso emettendo contemporaneamente dei grandi respiri profondi.
«Non può essere. È una follia» continuava a ripetere. «Adesso mi sveglierò e mi farò una grossa risata perché tutto questo non sta succedendo davvero. È una semplicissima proiezione della mia mente. Il risultato di un periodo particolarmente stressante.»
«Bella?»
Isabella sollevò una mano per fermare le parole del suo amico. Poi, all’improvviso sollevò lo sguardo puntandoglielo dritto in faccia.
«Facciamo così: questo è il mio sogno quindi posso fare quello che voglio. Adesso ci alziamo da queste comodissime poltrone, andiamo a casa mia e passiamo il resto della giornata a fare sesso sfrenato.» 
Jacob Black, amico d’infanzia e dirigente della Swan Enterprise Inc. guardò la sua amica con un misto di compassione e tenerezza.
«Bella…»
«Bella un cazzo, Jake! Questo è il mio sogno, sono io che decido quello che deve succedere. Ho imparato a farlo quando sono morti mamma e papà e non intendo ripiombare in quella merda di incubi che mi hanno perseguitato per troppo tempo. Non ci sto!»
«Tesoro» fece lui allungando una mano fino a sfiorarle una guancia, «per quanto la tua offerta sia davvero allettante, non è il caso di lanciarci in una sessione di sesso senza freni in questo momento. Dobbiamo pensare a cosa fare per tentare di recuperare qualcosa e scoprire dove si è cacciato quel bastardo.»
Bella si alzò dalla poltrona dirigenziale e cominciò a camminare avanti e indietro nel suo immenso ufficio.
Suo padre aveva passato moltissimo tempo in quella stanza. Aveva dedicato tutta la sua vita all’attività di software che era nata dal nulla per diventare un piccolo impero. 
Gli aveva dedicato ogni momento libero, aveva coinvolto sua moglie che aveva amato quella società a sua volta grazie all’entusiasmo del marito. Avevano lavorato gomito a gomito per farla crescere fino al momento in cui era arrivata la loro bambina.
Da quel momento sua madre aveva abbandonato quasi del tutto per dedicarsi interamente a quel piccolo batuffolo rosa che riempiva ogni suo momento e anche suo padre aveva rallentato tanto per passare più tempo possibile con loro.
Bella si fermò voltandosi verso Jacob che la guardava preoccupato.
«Non posso perdere questo posto, Jake. Era tutto per loro.»
Jacob si alzò lentamente avvicinandosi alla sua amica. Silenziosamente la abbracciò posando le sue labbra sul capo di lei.
«Eri tu il loro tutto, Bella. L’azienda significava tanto, ma avrebbero dato via qualunque cosa per te.»
«E io ho perso loro e tutto quello che hanno creato.»
Si staccò lentamente sollevando lo sguardo per incontrare quello del suo amico di sempre. Le lacrime riempivano i suoi occhi minacciando di rotolare fuori.
«Come ho fatto a non accorgermene? Come è riuscito a fregarmi in questo modo?» 
«Non è colpa tua, tesoro. Newton lavorava qui da tanti anni. Tuo padre gli aveva dato il compito di amministrare tutto. Non potevi immaginare che ti avrebbe derubata.»
«Se mio padre fosse stato ancora vivo non l’avrebbe mai fatto.»
«Non puoi saperlo.» 
«Maledizione! Veniva a casa nostra a cena. Lo chiamavo zio! Come ha potuto farlo?»
«Non lo so, Bella, ma ti prometto che farò tutto quello che posso per ritrovarlo.»
«E quando ci riuscirai lo prederò a calci in culo» disse la ragazza sostituendo le lacrime con un fuoco di determinazione.
Jacob la fece sedere nuovamente al suo posto accomodandosi a sua volta sulla poltrona di fronte.
Bella fece un respiro profondo per riprendere il controllo.
«Quindi, ricapitoliamo.»
Jacob prese un fascio di fogli e cominciò ad elencare.
«Allora: la casa è una tua proprietà esclusiva. Non è mai entrata nei beni dell’azienda quindi è intoccabile.»
«Grazie a Dio» commentò Bella. Non poteva immaginare quale tragedia sarebbe stata perdere la casa dei suoi genitori.
«Hai perso tutte le azioni della società, ma resti comunque il presidente.»
«Un presidente senza potere decisionale. Praticamente una nullità.»
«Non serve a niente il disfattismo.»
«Mi pare che niente abbia un’utilità in questo momento.»
«Andiamo avanti. Le macchine sono andate quasi tutte. Hai ancora la mini.»
«Ma che gentile!» disse lei sarcastica. L’occhiata in tralice di Jacob le fece sollevare le mani come promessa di silenzio.
«Anche la ducati è rimasta nella tua disponibilità così come il tuo conto personale.»
«Allora posso prendere quelle scarpe fantastiche che mi ha consigliato Nessie.»
«Il sarcasmo non è affatto d’aiuto in questo momento.»
«E cosa lo è?» chiese Bella rammaricata.
Jacob non rispose continuando invece a scartabellare tra i fogli che aveva tra le mani.
«Ah, sì. Ti resta un’altra proprietà.»
«Ossia? La mia bici rosa?»
«In effetti… la bici rosa, quella da corsa e…» 
«E…?»
«Un pugile.»
«Puoi ripetere prego?»
«Un pugile. Beh, non proprio lui. Il suo cartellino.»
Bella strinse nuovamente le dita sulla base del naso in un gesto ormai familiare a chiunque la conoscesse.
«E potrei sapere, di grazia, cosa mai dovrei farmene di un pugile?» disse tentando di contenere il nervosismo.
«Ti sembro uno con la faccia da sportivo? Certo, ho un fisico meraviglioso, atletico, prestante, senza un filo di grasso…»
«Jake!»
«Ok, ok. Non ti alterare, ma davvero, che cavolo ne so di quello che puoi farne? Qui dice che è stato una promessa dello sport qualche anno fa. Tuo padre l’ha acquistato poco prima di morire - il cartellino, non lui - aveva meno di diciotto anni all’epoca.»
«E adesso? Ha mantenuto quelle promesse?»
Jacob girò alcuni fogli cercando notizie, ma alla fine scosse le spalle sconfitto.
«Pare di no. Ha vinto diversi incontri per principianti all’inizio, ma poi si è fermato di botto e non ha fatto quasi più niente.»
«Grande! Solo Charlie poteva fare un acquisto simile.»
Jacob annuì senza realmente prestare attenzione alle sue parole, il naso ancora immerso nelle carte.
«Aspetta!» esclamò entusiasta. «C’è ancora qualcosa: pare che tu sia l’orgogliosa proprietaria di una palestra.»
«Oddio! Io detesto il fitness, figuriamoci se mi butto dentro una palestra.»
«Che ti frega del fitness. Se produce soldi sei di nuovo in pista. E poi, non sei tu quella che va a correre tutti i giorni e in bici nei week and?»
«Quello è diverso. Mi aiuta a pensare, organizzare le giornate e rilassarmi. Niente a che vedere con tutte quelle esaltate che sfilano in body attillati e scaldamuscoli.»
«A parte il fatto che personalmente ritengo ci siano modi più piacevoli per rilassarsi, te lo ripeto: non devi necessariamente unirti alle “esaltate”. Vai lì, dai un’occhiata, ti fai un’idea e decidi cosa farne.»
Bella emise un sospiro rassegnato.
«D’accordo, proverò, ma se mi trovo davanti a un centinaio di invasate in stretch vendo tutto con la velocità di un battito di ciglia.»
Jacob trattenne un sorriso schiarendosi la gola per darsi un contegno mentre Bella sospirava.
«Dove si trova questa meravigliosa, nonché unica, mia nuova fonte di reddito?»
Jacob riportò l’attenzione sui fogli prima di rispondere: «Brooklyn.»
«Brooklyn? Precisamente?»
Una nuova, veloce occhiata al foglio fornì a Jacob la risposta che cercava: «Williamsburg.»
Beh, non esattamente il posto dove si aspettava l’investimento di suo padre, ma quella zona, negli ultimi decenni, aveva attraversato un periodo di intensi cambiamenti. La criminalità era diminuita drasticamente a favore di una sempre maggiore presenza di giovani artisti e aspiranti attori.
Sicuramente la palestra era una di quelle nuove e super attrezzate costruzioni frequentate da donne annoiate che non sapevano come passare il tempo.
Bella accantonò le sue riflessioni per dedicarsi a pensieri più pressanti.
Non sarebbe mai riuscita ad uscire da quel casino. Aveva perso l’azienda dei suoi genitori e non c’era niente che potesse fare per riprendersela.
Trattenne le lacrime fingendo una tranquillità che non possedeva, ma Jacob la conosceva troppo bene per farsi ingannare.
«Credo che me ne andrò a casa adesso. Sento che sta per scoppiarmi il mal di testa.»
Il ragazzo le si avvicinò stringendola tra le braccia. Si era sempre sentita bene, al sicuro, avvolta nell’abbraccio del suo amico. Il suo fisico forte e atletico gli permetteva di creare per lei una nicchia nella quale la ragazza praticamente scompariva piccola e delicata com’era.
Jacob le posò un piccolo bacio sulla tempia cullandola dolcemente.
«Te lo prometto, Bella: farò tutto ciò che posso per trovarlo e obbligarlo a restituirti tutto quello che ti ha portato via.» 
«Non c’è niente da fare, Jake. Ormai sarà in qualche isola chissà dove. Ha chiuso i suoi conti ed è sparito nel nulla. Non lo troveremo mai.»
«Dimentichi» le disse il ragazzo, «che prima si è occupato di tutte le transazioni per spostare i tuoi soldi nei suoi nuovi conti, deve per forza aver lasciato qualche traccia e io la troverò.»
«Credi di poterci riuscire?»  
Jacob sospirò. Non gli andava di illuderla, ma sapeva di poter trovare qualcosa, anche fosse una piccolissima traccia da seguire.
«Ci proverò, Bella. Te lo giuro.»
«Grazie, Jake.»

Entrare nella grande casa che aveva - suo malgrado - ereditato dai genitori e dove viveva ormai da parecchio tempo, le fece stringere il cuore. Almeno quella non le sarebbe stata portata via.
Tutti i suoi beni erano già stati bloccati, ma la casa, quella stessa dimora che l’aveva vista crescere felice, non l’avrebbe avuta nessuno se non lei.
Non le era mai importato troppo delle cose materiali, eppure sapere che tutto le era stato sottratto con l’inganno, da una persona che avrebbe dovuto volerle bene, la faceva soffrire oltre modo.
Aveva perso i suoi genitori nello stesso momento, era riuscita a sopravvivere grazie alla forza interiore che le avevano trasmesso loro e alla volontà di portare avanti l’azienda che avevano costruito con amore e passione. Si era fidata di un uomo che era parte integrante della sua vita e aveva perso tutto.
Si scrollò di dosso quella patina di tristezza dicendosi che sarebbe andata bene. In un modo o nell’altro sarebbe rimasta a galla anche questa volta.
Se era riuscita ad affrontare la morte dei suoi genitori, sarebbe riuscita anche a superare questo.
Il giorno dopo, per prima cosa, sarebbe andata a controllare la situazione dell’unica attività che le restava.
Era inutile continuare a piangersi addosso, Jacob avrebbe fatto il possibile per farla tornare in possesso dei suoi beni, lei non poteva fare altro che dargli fiducia e aspettare.  

Bella continuava a spostare lo sguardo dal foglio che aveva in mano all’ingresso che si era trovata davanti. Non era riuscita ad arrivare prima del pomeriggio e da diversi minuti si trovava ferma sul marciapiede convincendosi sempre di più che le indicazioni fornitele da Jacob fossero sbagliate.
Insomma, come poteva essere quello l’ingresso della sua palestra? Si era aspettata un’insegna colorata e un continuo via vai di persone, invece si era trovata davanti un portoncino fatiscente con a fianco una finestrella buia alla quale non aveva avuto il coraggio di avvicinarsi.
«Cerchi qualcuno?»
La ragazza fece un piccolo sobbalzo sentendo una voce al suo fianco. Si voltò per incontrare lo sguardo incuriosito di un ragazzino dall’età apparente di circa dodici anni, alto quasi quanto lei quando non portava i tacchi - non che ci volesse tanto comunque. Lo squadrò in silenzio notando il giubbino leggero che copriva un fisico ancora ben lontano dall’essere sviluppato appieno, le spalle curve, un paio di pantaloni che gli cadevano morbidi sui fianchi e un paio di scarpe che avevano visto periodi indubbiamente migliori. Ma ciò che la colpì di più fu il viso: era quello di un angelo. Bello oltre ogni dire; gli occhi di un azzurro splendente la guardavano curiosi e, forse, un po’ sospettosi, i capelli biondi erano tirati su e sparati ad arte da tutte le parti, la pelle era chiara e senza nessuna imperfezione tipica dell’adolescenza, il naso piccolo e delicato e le labbra, in quel momento atteggiate in una smorfia quasi infastidita, erano rosse e carnose. Bella pensò che, se già non stava succedendo, entro pochissimo tempo quel ragazzino avrebbe fatto strage di giovani cuori.
«Allora?» ripeté il ragazzo spazientito.
«Eh? Cosa?»
«Cerchi qualcuno?» scandì lui quasi parlasse con una bambina.
Bella si riscosse leggermente infastidita dall’atteggiamento altezzoso del ragazzo.
«No, in effetti no, ma cerco un posto, una palestra per la precisione. Si chiama Sun & Fun, la conosci?»
«Se fai un passo ci sei dentro.»
«Stai scherzando?»
Senza rispondere, il giovane la guardò con aria di sufficienza e un sopracciglio sollevato.
Ok, adesso cominciava a stufarsi. Come si permetteva qual moccioso di trattarla in quel modo.
«Senti, io devo entrare. Ci si vede.» E così dicendo si voltò per attraversare l’ingresso subito seguito dalla ragazza.
L’interno era ancora più buio di quanto si aspettasse. Che razza di posto era?
Prima ancora che riuscisse a dare una bella occhiata in giro, sobbalzò nuovamente sentendo un vocione che con tono alto e imperioso si rivolgeva al ragazzo.
«Toby! Sei in ritardo.»
Il ragazzino - Toby - si fermò sui suoi passi rivolgendosi ad un uomo poco lontano di cui riuscì a distinguere solo l’immensa mole.
«Scusa, Emm. Mamma non mi ha fatto uscire prima che finissi tutti i compiti.»
«E ha fatto bene, razza di scansafatiche. Quando lo capirai che devi darti una mossa a fare il tuo dovere? Prima o poi quella povera donna finirà con tutti i capelli bianchi per causa tua.»
«Sì, Emmett!» sospirò il giovane.
«E non dire sì, Emmett con quel tono. Lo so che significa fottiti, Emmett, ma se vuoi continuare a venire qui devi portare il giusto rispetto, prima che a chiunque altro a tua madre.»
«Scusa, Emm», ma questa volta il suo tono era davvero sincero. «Ah, Emmett? Questa signora» disse indicandola col pollice senza voltarsi, «non cerca nessuno, ma era qui fuori che cercava di decidere se si trovava o meno nel posto giusto.»
Signora? Razza di… 
«Va’ a cambiarti e fai presto se non vuoi che ti rispedisca a casa seduta stante.»
Toby si mise quasi a correre scomparendo dietro una porta sul muro. 
Bella fu attirata da un basso chiacchiericcio prodotto da giovani atleti divisi in piccoli gruppi. Guardandosi intorno, inoltre, notò la vastità del locale. Le luci erano esageratamente basse, ma si vedeva abbastanza da distinguerne l’arredamento. Da una parte c’era un ring contornato da sgabelli e, tenuti in aria da ganci attaccati all’alto soffitto, quelli che immaginò dovessero essere sacchi per l’allenamento dei pugili fuori dal quadrato; dall’altra, invece, c’erano dei tappeti, quelli tipici usati per gli allenamenti di arti marziali. Le finestre, alte e non tanto grandi, non permettevano un’illuminazione adeguata nonostante fuori il sole fosse alto.
Parecchi ragazzini si muovevano in entrambe le aree. Bella si sorprese nel non sentire troppo frastuono, avrebbe scommesso che tutti quei giovanotti riuniti nello stesso ambiente ad allenarsi, avrebbero prodotto un chiasso infernale. Probabilmente il soffitto alto e la vastità del locale attutivano il continuo vociare.
D’improvviso, il tailleur da ufficio che aveva indossato per non sentirsi inferiore a nessuna super fica che aveva immaginato di trovare dentro la palestra, le sembrò terribilmente fuori luogo facendola sentire a disagio. In quel momento rimpianse i suoi jeans e le maglie che usava nel tempo libero.
A meno che dietro all’intonaco scrostato non ci fosse un pannello nascosto che portava a una Spa di lusso, doveva rassegnarsi all’idea che la Sun & Fun fosse la topaia che aveva davanti agli occhi.
«Posso aiutarla?»
Isabella fece un salto spaventata dalla voce al suo fianco.
Maledizione! Devo finirla di farmi trovare impreparata da chiunque mi si avvicini.
Sollevò di parecchio la testa per riuscire a guardare il viso dello stesso uomo che si era rivolto al piccoletto di poco prima.
Era enorme. Bella ne rimase impressionata, ma guardandolo meglio vide un sorriso cortese e l’espressione gentile su quel viso amichevole.
«Posso aiutarla?» chiese ancora lui. 
«Oh, no… sì… Non ne sono sicura a dire il vero.  Comunque non ho bisogno che mi vengano ripetute le cose un paio di volte. Perché credete tutti che abbia bisogno di sentire le cose due volte? Le sembra che sia stupida forse?»
Il ragazzo la guardò leggermente sconcertato. Forse, pensò Bella - ma solo forse -, la sua infelice uscita, unita all’affermazione di Toby, non l’avevano messa sotto una luce brillante. Parlare di luce lì dentro, poi, era piuttosto ridicolo.
Il ragazzo, comunque, si riprese piuttosto in fretta dall’attacco immotivato della donna.
«Mi spiace, non ho sufficienti informazioni su di lei per farmi un’idea specifica sulla sua salute mentale, ma si può sempre rimediare volendo. Sono Emmett Cullen» continuò porgendole la mano.
«Cullen? È parente di…» tornò ad osservare il suo prezioso foglio per recuperare il nome scritto sopra «…Edward?»
«Oh, merda! Che ha combinato questa volta?»
Emmett sospirò rassegnato. «Ti prego, dimmi che non sei incinta.»
«No! Ma che razza di domande fa?»
«Meno male! Mi scusi, non è per lei» disse tornando immediatamente ad utilizzare un tono formale, «è solo il mio incubo ricorrente. Posso sapere perché lo cerca?»
Bella si erse in tutto il suo metro e sessantacinque e raddrizzò le spalle sporgendo il mento.
«Lui mi appartiene!»
La risata tonante che seguì la sua affermazione avrebbe potuto far crollare una montagna.
«Mi spiace deluderti, dolcezza» disse tornando al tu con tono esageratamente condiscendente, «ma Edward non è proprio il tipo da appartenere a qualcuno.»
Bella abbassò lo sguardo quando si rese conto del significato che poteva essere dato alla sua affermazione mentre il suo viso si colorava velocemente.
«No, no. Io non intendevo in… quel senso.»
«E in che senso intendevi allora?» Era più che evidente che Emmett si stesse divertendo parecchio a burlarsi, se pur bonariamente, di quella ragazza. C’era qualcosa in quel volto delicato che gli dava un senso di familiarità, ma non riusciva ad afferrare cosa fosse.
«Voglio dire che il suo cartellino mi appartiene, non… lui. Voglio che combatta per me.»
«Beh, mi spiace deluderti ancora e, credimi, non credo di aver mai detto tanti mi dispiace nella stessa conversazione, ma dubito che sia in grado di combattere, per te o per chiunque altro.»
«Perché?» chiese Bella vedendo il titolo mondiale che sognava volare via come una bolla di sapone, «si è fatto male?»
«Non esattamente. Diciamo che… non è esattamente nella forma ideale per affrontare un incontro.»
Bella mordicchiò nervosamente la pellicina intorno all’indice. 
«Che ne dici se te lo presento così puoi farti un’idea tu stessa?»
«Certo. Grazie.»
«Magari potresti dirmi il tuo nome?»
«Oh, sì certo. Scusami. Sono Isabella. Isabella Swan» gli disse porgendogli la mano che gli aveva inconsapevolmente negato poco prima.
Emmett strinse distrattamente la mano tesa. Tutta la sua attenzione si concentrò in quel momento sul viso della donna. Assottigliò lo sguardo non riuscendo a credere a ciò che la sua mente gli stava suggerendo senza tuttavia poter ignorare l’evidenza.
«Mio Dio! Sei davvero tu!?»
Bella scosse la testa non capendo. Un attimo dopo lanciò un urlo di sorpresa più che di spavento quando si trovò sollevata per aria, stretta in un abbraccio stritolatore con Emmett che rideva felice.
Quando alla fine i suoi piedi toccarono di nuovo terra, si aggrappò alle braccia del ragazzo per non cadere lunga diritta.
Ma che cavolo!
«Gesù, Bella, e meraviglioso conoscerti finalmente.»
«Tu… tu sai chi sono?»
«Ma certo. Charlie non faceva che parlare di te. Scusa se non ti ho riconosciuto subito, a mia discolpa posso dire che nelle foto che ci ha mostrato eri molto più piccola, sgraziata e molto più maschiaccio. E sicuramente molto meno sexy di adesso. Mi piacerebbe poterlo rimproverare per averti nascosta in quel modo» disse con una nota nostalgica nella voce.
Bella sentì la solita stilettata al cuore udendo il nome del padre e preferì non ragionare sul perché non gli avesse mai parlato del ragazzo che aveva di fronte. Avrebbe avuto tempo di farlo più tardi.
«Andiamo. Sono sicuro che anche Edward sarà felice di vederti.»
La prese per mano spronandola ad avanzare nell’enorme stanzone. Si fermò all’improvviso voltandosi ancora a guardarla. Avvicinò una mano al viso della ragazza accarezzandola col dorso con una delicatezza incredibile e la tenerezza nello sguardo.
«Somigli tanto a Renèe. Ci ha spezzato il cuore ciò che gli è successo e ti avremmo contattata se avessimo saputo come fare.»
Bella trattenne le lacrime. Chi era quell’uomo tanto grande quanto dolce e gentile? Perché non aveva mai sentito parlare di lui quando era evidente quanto fosse legato ai suoi genitori?
Emmett riprese a camminare portandosela dietro.
«Ehi, Ed. Guarda chi è venuto a trovarci.» 
Bella vide un altro ragazzo di spalle, piegato sopra le corde del ring impartiva ordini perentori a un gruppo di ragazzini all’interno del quadrato. 
Il ragazzo si voltò lentamente squadrandola a partire dai piedi; man mano che gli occhi andavano su, sul suo viso si formava un ghigno sfrontato, una mano svogliatamente appoggiata al fianco, la testa leggermente piegata di lato, ma quando lo sguardo si fermò sul viso della donna, il suo intero corpo si irrigidì e nei suoi occhi passò un velo di profonda tristezza.
«Bella…» disse evidentemente riconoscendola senza necessità di presentazioni. «Io non…»
«Hai visto? Scommetto che non te l’aspettavi così, vero? Ma come cavolo hai fatto a riconoscerla tanto in fretta?»
La voce del fratello lo riportò velocemente alla realtà. Si premurò di nascondere i sentimenti che l’avevano pervaso poco prima riassumendo la stessa aria strafottente di poco prima.
«Come? Devi chiedermi come avrei potuto non farlo piuttosto. Magari non sarà più il ranocchietto delle foto, ma quelle gambette secche e il naso a patata sono inconfondibili.»
Naturalmente tralasciò di sottolineare che, nei pochi attimi impiegati ad osservarla, aveva immaginato quelle stesse gambe - tutt’altro che secche - avvolte intorno a lui che affondava in lei senza tregua. Non disse ad alta voce quanto, dalla prima volta che l’aveva vista in foto, i suoi occhi avessero popolato i suoi sogni, né che le sue labbra erano state il suo tormento. 
«Ehi! Le mie gambe sono perfette.» Non poté ribattere sul naso perché, effettivamente, era davvero un po’ a patata.
Si chiese quali foto Charlie avesse mostrato loro per farla definire “ranocchietto”. 
Un’occhiata meno approssimativa del ragazzo che aveva davanti le permise di contrattaccare. Edward era indubbiamente un ragazzo attraente, ma non esattamente quello che si sarebbe aspettata. Portava un pantaloncino che metteva in mostra gambe lunghe e toniche e una maglietta con le maniche rivoltate sino alle spalle che niente poteva per mascherare il gonfiore sull’addome. Oltre a quello, però, notò anche la delicatezza dei suoi lineamenti, la meraviglia dei suoi occhi verdi contornati da ciglia lunghissime e i capelli sparati ai quattro venti. Capì subito da chi Toby avesse copiato lo stile, solo che quello di Edward era evidentemente naturale.
Bella prese un respiro un po’ più profondo del solito preparandosi a dare battaglia.
«Vogliamo invece parlare di te? Gli sportivi non dovrebbero essere in forma perfetta? Non mi pare che quella pancia sia sinonimo di vita salutare.» 
Fanculo! La palestra è una discarica e il mio ragazzo prodigio non vale una medaglietta di partecipazione.
«Questa non è pancia, è solo un leggero rilassamento muscolare.»
«Leggero? Sei grasso, carino.»
«Non è affatto vero oppure ci sarebbe carne in più in tutto il mio corpo e non solo sulla pancia. Tu piuttosto, non ti farebbe male mettere su qualche chiletto, soprattutto sul davanti» rispose lui mimando la forma del seno. «Sei rimasta lo stesso ranocchio che eri in adolescenza.»
«Magari allora possiamo aspettare che tu ne esca dall’adolescenza. Forse a quel punto la tua pancia sparirà come per magia. E il mio seno è perfettamente proporzionato al resto del corpo. Non tutte hanno bisogno di essere delle maggiorate per essere sexy, lo sapevi?»
Oh, sì che lo sapeva! E se ne rendeva conto sempre meglio ad ogni parola che usciva da quella bocca peccaminosa. Per fortuna i pantaloncini erano sufficientemente larghi da nascondere l’effetto che quel battibecco stava avendo su di lui, risparmiandogli una notevole umiliazione.
«A proposito» continuò Isabella, «quanti anni hai? Sai, per sapere quanto devo aspettare per considerarti un adulto.»
«Ne ho ventiquattro. Tu invece, a occhio e croce, dovresti essere sui trentasette, dico bene? Adesso capisco perché Charlie continuava a farci vedere sempre foto in cui eri poco più che bambina, non voleva farci sapere quanto fosse vecchio.» 
«Ne ho ventotto, brutto… stronzetto in fase preadolescenziale.»
«Non è colpa mia se appari più vecchia di quello che sei.»
«No, certo. La tua unica colpa è quella di essere un ragazzino strafottente e piuttosto in carne. Diciamo pure… cicciottello.»
«Io non sono…»
«Ehm, ehm.» Emmett intervenne per tentare di sedare quell’alterco prima di vederli accapigliarsi. Le scintille fra i due erano innegabili, ma dubitava che l’uno o l’altra avrebbero ceduto facilmente a quell’alchimia chiara a chiunque li osservasse. 
«Va bene, bambini. Adesso ci calmiamo tutti e facciamo un bel respiro profondo per calmare gli animi, d’accordo?»
«È stato lui…»
«È stata lei…» cominciarono nello stesso momento.
Emmett sollevò una mano per fermare entrambi. «Basta così!»
Entrambi si zittirono incrociando le braccia al petto. Si guardarono in cagnesco ancora per qualche secondo finché non si accorsero che parecchi, giovani visetti li guardavano curiosi.
Bella li trovò adorabili mentre Edward gli ringhiò contro: «Tornate al lavoro. Subito!»
I bambini tornarono immediatamente ai loro esercizi borbottando parole incomprensibili.
«Stronzetto arrogante.»
«Zitella acida.»
Il grugnito ammonitore di Emmett fu sufficiente a farli smettere.
Bella avrebbe voluto continuare ad insultarlo, ma si decise che fosse molto più produttivo rivolgersi ad Emmett, non fosse altro per spegnere il fuoco che le era divampato dentro. Non poteva permettersi di trovare interessante un ragazzo tanto indisponente e, per di più, troppo giovane, ammise tra sé. 
«Emmett, cos’è questo posto.»
«Questo, Bella, era il sogno di tuo padre. Era la sua Utopia. Voleva creare una sorta di Isola che non c’è, solo che, nelle sue intenzioni, i bambini dovevano arrivarci prima di perdersi. Io e Edward siamo stati i primi. La nostra famiglia stava attraversando un periodo pessimo, nostro padre aveva perso il lavoro, mamma stava cadendo in depressione vedendoci andare alla deriva e noi non riuscivamo a capire quanto eravamo vicini a perdere la nostra vita.» 
Edward si voltò per un secondo dai bambini per poi puntare lo sguardo sul fratello, quasi a dargli il permesso di proseguire.
«Edward… conobbe tuo padre una sera. Lui… lui…»
«Stavo cercando di rubargli la macchina» concluse Edward al posto del fratello.
«Che cosa?» Gli occhi di Bella si spalancarono per la sorpresa.
«Charlie mi beccò mentre cercavo di collegare i fili della sua auto. Cercai di scappare, ma lui mi tenne per un braccio parlandomi con calma, severità e determinazione. Credevo che mi avrebbe portato alla polizia, ma lui mi propose un patto: avrebbe chiuso un occhio sull’accaduto se io avessi fatto parte di un progetto che aveva in testa. Pensai che volesse abbordarmi, così gli diedi un pugno nello stomaco per  tentare di liberarmi. Lui si piegò, ma non lasciò il mio braccio; si mise a ridere dicendo che sarei stato un ottimo pugile. Non so come, mi convinse ad andare con lui a bere qualcosa di caldo, poco dopo, senza sapere come ci fossi arrivato, mi trovai a parlare di me e della mia famiglia. Pretese di accompagnarmi a casa e di parlare coi miei genitori. Ovviamente non volevo, ma l’alternativa era di beccarmi una denuncia per tentato furto, quindi…»
Emmett si intromise, forse per dare una pausa al fratello che pareva piuttosto provato dal racconto.
«Stranamente, quella sera anche io ero a casa. Quando mia madre aprì la porta, per poco non le venne un infarto. Pochi minuti dopo eravamo tutti seduti nel nostro piccolo salotto con mia madre in lacrime e noi due mortificati per averla fatta soffrire. Mio padre era fuori dalla mattina per tentare di racimolare qualche dollaro per il cibo; faceva ogni tipo di lavoretto gli capitasse mentre noi facevamo i bulletti in giro.»
A quel punto Bella faticava a trattenere le lacrime.
«Cosa faceva mio padre in questa parte della città?»
«Aveva sentito parlare di un magazzino in disuso che avrebbe potuto utilizzare per il suo progetto e si imbatté nel suo primo bimbo sperduto.»
«Cosa avvenne dopo?»
«Mio padre tornò a casa trovando mamma in lacrime e noi buoni buoni in silenzio; andò nel panico credendo che Charlie fosse un poliziotto o roba simile e che uno di noi sarebbe finito dentro. Non dimenticherò mai l’espressione di mio padre quando Charlie gli spiegò la situazione dicendogli che non aveva intenzione di sporgere denuncia, ma che avrebbe voluto fare qualcosa per noi.» 
«Non era abituato a ricevere regali» intervenne Edward, «così pensò subito che ci fosse qualcosa sotto e stava quasi per sbattere fuori tuo padre quando lui gli disse che avrebbe potuto partecipare attivamente alla cosa in qualunque momento lo avrebbe ritenuto opportuno.» 
«Mancavano tre giorni a Natale» continuò ancora Emmett, «quella sera cambiò la nostra vita. Charlie trovò un lavoro a nostro padre e ci costrinse a continuare gli studi oltre a focalizzare la nostra energia nello sport passando il nostro tempo libero qui piuttosto che in strada. Fece allenare me nelle arti marziali e Edward col pugilato. Lo iscrisse a qualche campionato dilettantistico che lo fece spiccare subito tra tutti e anche io ho vinto diverse competizioni. Non ho mai capito come fece, ma riuscì a capire esattamente quello di cui avevamo bisogno. Dobbiamo tutto ai tuoi genitori.»
«Ogni cosa» concordò mestamente Edward.
«Perché… perché non sapevo niente di questo posto?»
«Doveva essere il tuo regalo per la specializzazione. Erano così eccitati all’idea. Sapevano che saresti stata assorbita dalla società di famiglia ben più di quanto avrebbero desiderato e l’idea di poterti offrire un posto del genere li entusiasmava. Parlavano continuamente di quanto tu fossi altruista, di quanto ti facessi continuamente coinvolgere dalle persone bisognose e quanto ti avrebbe reso felice poterti occupare di bambini e ragazzi che chiedevano solo amore e attenzione. Abbiamo saputo dell’incidente solo una settimana dopo il fatto. Per tutto il tempo abbiamo provato a chiamare tuo padre al cellulare, ma non abbiamo mai ricevuto risposta. Non avevamo idea.»
Bella ricordava sin troppo bene quei giorni. Quando le avevano restituito gli effetti personali di suoi genitori non aveva avuto la forza di richiamare tutte le persone che avevano tentato di mettersi in contatto con loro.
I legali della società erano riusciti a tenere sotto silenzio la cosa per dieci giorni e anche dopo, la notizia fu smorzata parecchio.
«Poi un socio di tuo padre si è presentato qui dicendoci che Charlie aveva dato disposizioni che continuassimo ad occuparci di questo posto. Non c’era da versare l’affitto poiché i tuoi genitori avevano comprato le mura e l’attrezzatura era pagata. Dovevamo solo occuparci della manutenzione e di tenere i bambini occupati come avevamo fatto sino a quel momento. Tutto questo se…»
«Se…?»
«Se avessimo acconsentito a non contattarti mai e non farti sapere niente di questo posto» finì Edward. «Disse che eri già troppo provata dal dolore e che per te sarebbe stata un’inutile sofferenza. Se non avessimo acconsentito, ci avrebbe sbattuto fuori con tutti i piccoli senza troppi complimenti.» 
«No…» Bella si sarebbe piegata su sé stessa rannicchiandosi a piangere se non avesse imparato negli ultimi anni a nascondere le sue emozioni più profonde.
«Chi era… come si chiamava il socio di mio padre» chiese lei già conoscendo la risposta.
«Newton. Michael Newton.»
Il colpo allo stomaco che avvertì non fu attenuato dalla preparazione alla risposta.
«Mi ha tolto tutto» ragionò Bella a voce alta. «Sapeva quello che avrebbe fatto subito dopo la loro morte.»
I due ragazzi la guardarono senza capire di cosa parlasse.
«Questo era il sogno di mio padre. Era il suo regalo a me e lui me l’ha negato pur sapendo quello che avrebbe significato per me.»
«Ma adesso sei qui» le disse dolcemente Emmett, «e potrai seguire più da vicino quello che facciamo. Capiamo che sei molto impegnata nella gestione degli affari di famiglia, ma forse potresti trovare il modo di passare un po’ di tempo con noi. I nostri genitori sarebbero felici di conoscerti, se lo volessi.» 
«Non ho nessun affare da gestire. Mike mi ha portato via tutto, mi resta solo questo posto e…» si voltò verso Edward con aria battagliera «…tu. Ho controllato, tra un mese e mezzo ci sarà un torneo per dilettanti. Non è gran ché, ma ti servirà per rimetterti in gioco per le cose serie.»
La risata di Edward riempì la grande stanza. Bella fremette a quel suono, salvo tornare a detestarlo un secondo dopo, quando lui parlò.
«Tu sei completamente fuori di testa. Non sono più un pugile ormai.»
«Oh, sì che lo sei.» 
«Io mi occupo dei ragazzi. Non ho tempo per le tue stronzate.»
«Mettiti il cuore in pace perché da oggi le mie stronzate sono anche le tue.»
«Ma mi hai visto? Ti sembro in condizioni di partecipare a una competizione qualunque?»
«Hai un mese e mezzo per rimetterti in forma. Devi solo calare la pancia, per il resto potresti anche andare bene.»
«Combattere sul ring non è solo avere il ventre piatto, principessa.»
«Non mi interessa cosa devi fare, lo farai che ti piaccia o no.»
«Scordatelo.»
Bella si avvicinò terribilmente al petto di Edward col fuoco negli occhi. Gli puntò un dito sul pettorale destro che si rivelò molto più sodo di quanto avrebbe creduto guardandolo.
«Apri bene le orecchie, ragazzino. Sei tutto quello che mi resta, cascasse il mondo salirai su quel ring.»
«Dammi una sola valida ragione per cui dovrei farlo.»
Bella guardò Emmett con occhi diabolici.
«L’ha appena detto tuo fratello e tu hai concordato in pieno: dovete tutto a mio padre. Non vorrai certo infangarne la memoria lasciando la sua unica figlia in mutande, non è vero?» Sbatté le palpebre assumendo un’espressione angelica.
E invece sì che lo voleva, dannazione! Anzi, le avrebbe tolto volentieri anche quelle e la semi erezione celata dai pantaloncini larghi ne era un chiaro elemento distintivo.
«E come la mettiamo coi ragazzi?» 
«A che ora arrivano di solito.»
«Nel primo pomeriggio; cominciano ad arrivare già subito dopo pranzo se non hanno compiti da svolgere e vanno via prima di cena. Tutti i giorni dal lunedì al venerdì.»
«Perfetto allora. Cominceremo a lavorare la mattina alle sei.»
«Sei pazza per caso?»
«Preferisci cominciare alle cinque e mezzo?» ribatté lei senza scomporsi.
Edward trattenne un ringhio di esasperazione ripiegando su un respiro controllato.
«Io lavoro la sera. Faccio il cameriere e la maggior parte delle volte non finisco prima di mezzanotte.»
«Su via! Un ragazzo grande e grosso come te può ben sopportare qualche ora di sonno in meno. Sono pronta a scommettere che non ti fai tutti questi problemi quando, alla fine del turno, trovi qualcuna con cui divertirti. Dico bene?»
Edward si rivolse a Emmett chiedendo aiuto con lo sguardo prima di strangolarla. Il fratello sollevò le spalle estremamente divertito dall’insolita scena che si stava svolgendo davanti ai suoi occhi.
«Ce l’aveva detto che era una tipa tosta.»
«Sì, e ci ha anche detto quanto fosse rompi palle, ma mai quanto fosse stronza.»
«Questione di punti di vista, piccolo. Tu mi consideri stronza, io semplicemente pratica. Adesso devo andare, ci vediamo qui domani alle sei» disse Bella avviandosi all’uscita.
«Te lo puoi scordare. Mi hai sentito?» le gridò Edward di rimando.
Bella tornò indietro lentamente senza mai staccare gli occhi dai suoi.
«Ti consiglio caldamente di esserci, Edward o ti assicuro che tutto quello che ti ha raccontato mio padre sul mio essere rompi palle ti sembrerà uno scherzo. Verrò a cercarti a casa tua, ti svergognerò davanti ai tuoi genitori, ti tampinerò talmente tanto che sarai costretto a fare quello che ti chiedo, per sfinimento se non per altro.»
«Tutto questo per i soldi? Credi sul serio che ti farò guadagnare tanto?»
«No, non è per i soldi, non soltanto comunque. Adesso che conosco il progetto di mio padre, voglio portarlo avanti e se lui ti ha scelto per cominciare questo viaggio vuol dire che ha trovato in te qualcosa che, al momento, non riesco a capire. È questo che voglio: onorare la memoria di mio padre perseguendo il suo sogno. E tu? Credi di potergli rendere onore in questo modo?»
Stronza manipolatrice! pensò Edward senza pronunciare una sola parola.
Bella seppe di aver colpito il punto giusto nel momento stesso in cui il ragazzo trattenne il fiato per poi abbassare il capo sconfitto.
«Emmett? Solo un’altra cosa: perché questo posto è tanto tetro? Non sarebbe meglio tenere i ragazzi in un ambiente luminoso?»
«In effetti sarebbe il massimo, ma… sai…» 
«Servono soldi, principessa» finì Edward. «Anche se è tutto pagato, i costi fissi ci sono comunque. Manutenzione ordinaria, luce e tutte le cose di cui tu, sicuramente, non ti sei mai dovuta preoccupare.»
Bella trattenne un insulto rivolgendosi a Emmett.
«Non c’è nessuno che vi da una mano? Le famiglie dei ragazzi, qualche associazione?»
«Le famiglie riescono a mala pena a pensare a farli mangiare, non possiamo chiedere niente di più; le associazioni non ci considerano minimamente perché non siamo una realtà riconosciuta. Eventuali fondi dati a noi sarebbero persi nel nulla, non potrebbero dichiararli in nessun modo quindi non ci sovvenzionano. Io lavoro come buttafuori in un locale della zona, Edward, come ti diceva, fa il cameriere e quello che ne ricaviamo lo investiamo praticamente tutto qua dentro, ma non è sufficiente. Mia madre e la mia ragazza, Rosalie, si occupano delle pulizie, lavano le divise e, se serve, le rammendano; anche la madre di Toby ci da una mano in questo. È una gran brava persona, sai? Il suo ex l’ha lasciata quando Toby era piccolissimo, ma non si è mai persa d’animo, ha svolto qualsiasi tipo di lavoro per crescere suo figlio, sempre con il terrore che i servizi sociali glielo portassero via.» 
Bella cercò il viso d’angelo di Toby e lo vide atterrare felice un ragazzo più grande. «Abbiamo anche un amico, Jasper» continuò Emmett, «che si ci da una mano nei piccoli lavori di manutenzione, ma se dovessimo avere qualche problema più grosso non potremmo permetterci di farlo sistemare.»
Bella inghiottì il groppo che le chiudeva la gola ricacciando indietro le lacrime. Se Mike non fosse stato il grandissimo bastardo che era, quel posto sarebbe stato un oasi in mezzo al nulla per tutti quei ragazzi.
«Bene, tutto questo sta per cambiare. Cominciamo col far tornare tuo fratello in forma così che possa combattere come desiderava mio padre; in questi giorni mi occuperò anche di rendere tutto questo reale in modo da non correre il rischio di lasciare i bambini senza qualcosa in cui credere.» 
Si allontanò senza dire altro.
La mattina dopo fu piacevolmente sorpresa di trovare Edward fuori dalla palestra con indosso una vecchia tuta e una maglia che aveva sicuramente visto momenti migliori. Lo salutò con un grande sorriso ricevendo in cambio un grugnito esasperato.
«Buongiorno, raggio di sole. Noto con piacere che anche la mattina riesci a sfoderare il tuo sorriso smagliante» lo prese in giro lei.
«Fottiti!» O fatti fottere da ma, se proprio non sai a chi rivolgerti.
«Cominciamo con qualche giro dell’isolato, va bene? Giusto per capire a che punto di disgregazione fisica sei.» 
«Non obbligarmi a ripetermi, principessa.» Così magari evito di correre con una perenne erezione tra le gambe.
Cominciarono a correre a passo lento accelerando dopo alcuni giri. Quaranta minuti più tardi, Bella si presentava leggermente arrossata sulle guance, il respiro appena accelerato e un velo di sudore sulla pelle; Edward, al contrario, era coperto di sudore - tanto da sentire gli occhi bruciare -, la pelle era porpora e respirare si stava dimostrando davvero arduo.
Bella lo guardò critica.
«Si può sapere da quanto non muovi un muscolo? Accidenti, sapevo che ci sarebbe stato da fare, ma non immaginavo che fossi una tale larva.»
«Chiudi quella bocca» ansimò lui togliendo la mano dalla milza dolorante con la sola forza dell’orgoglio. «Continuiamo piuttosto o stai usando la scusa della mia stanchezza per tirarti indietro?»
Bella lo guardò con sufficienza chiedendosi sin dove si sarebbe spinto pur di non dargliela vinta.
Continuarono a correre, più lentamente questa volta. Si fermarono davanti alla palestra dopo altri venti minuti. Edward prese la bottiglia di integratore che Bella li passò scolandosela in pochi secondi.
«Vacci piano, ragazzino.»
Edward scaglio la bottiglietta attraverso la stanza verso il cestino che mancò del tutto.
«Smettila di chiamarmi ragazzino.»
«Tu smettila di chiamarmi principessa e io ti userò la stessa cortesia» gli rispose senza scomporsi.
«D’accordo miss Swan» sputò fuori lui.
«Perfetto mr Cullen. Continuiamo prima che si faccia notte.»
L’allenamento continuò silenziosamente e, soprattutto, senza insulti né punzecchiature. 
Bella seguì Edward in tutti gli esercizi; contò per lui i salti con la corda, gli tenne ferme le gambe durante gli addominali, sostenne faticosamente il sacco quando cominciò a dare qualche pugno per riprendere confidenza coi movimenti. 
Edward si dimostrò incredibilmente tenace in quello che faceva, le sue gambe erano sempre in movimento in una strana danza coi piedi.
Si accorsero dell’arrivo dei ragazzi solo quando uno di loro fece un fischio di apprezzamento per un pugno davvero ben assestato al sacco che mandò a terra la ragazza. Anche Emmett li osservava in silenzio.
«Ehi, vacci piano, rag… mr Cullen.»
«Se caschi come una pera per un colpo simile non potrai essere un buon sparring partner, miss Swan.»
«Aiutarti nell’allenamento non significa farti da pungiball umano.»
«Ti abituerai» le rispose con un sorriso perfido. «In ogni caso, per oggi abbiamo finito. I ragazzi non staranno lì a guardarci per tutta la sera.»
Bella guardò l’orologio appeso alla parete esclamando sorpresa quando si rese conto di che ora si era fatta.
«Accidenti, non abbiamo nemmeno mangiato.»
«Me ne farò una ragione.»
«Sì, ma non puoi tenere questi ritmi senza il giusto apporto calorico.»
«Sei esperta di alimentazione nello sport?»
«Non ci vuole una laurea in scienze nutrizionali per capire che avrai bisogno di cibo per sostenere questo tipo di stress fisico.»
«Mangerò più tardi al ristorante.»
Si lasciarono con l’accordo di rivedersi la mattina dopo alla stessa ora.
Per tutta la settimana, i due continuarono con lo stesso ritmo serrato con la differenza che, dalla seconda mattina, Bella arrivò con una borsa frigo contenente li alimenti per la giornata che lasciò dentro la palestra prima di cominciare la corsa. Ogni giorno, Edward aumentava gli sforzi, percorreva più strada e più velocemente, i salti con la corda erano più veloci e armoniosi, i pesi venivano sollevati con minor sforzo, l’abilità delle gambe aumentava di ora in ora.
Nei pochi momenti di riposo che si concedevano, impararono diverse cose l’uno dell’altra, tra le varie informazioni venne fuori che il ristorante in cui lavorava Edward era praticamente a due passi da casa sua.
Il venerdì mattina, il viso di Edward presentava chiari e inequivocabili segni di stanchezza estrema. Bella si preoccupò per il ragazzo che, a parte le lamentele iniziali, non aveva più pronunciato una parola sull’inutilità di ciò che stavano facendo.
Al ritorno dalla corsa, Edward prese la sua solita bibita energetica scolandola in un unico sorso.
Bella lo osservava da vicino, molto vicino. Col passare dei giorni l’attrazione reciproca era aumentata in modo esponenziale anche se entrambi tentavano in ogni modo di soffocarla.
«Che c’è?» le chiese Edward.   
Lei fece un ulteriore passo che la avvicinò pericolosamente al suo corpo. Sollevò una mano toccando con la punta delle dita il contorno scuro degli occhi.
«Sei stanco.»
«Domenica potrò riposarmi» rispose lui a disagio. Averla tanto vicina gli portava alla mente immagini che non poteva permettersi di creare. Aveva passato gli ultimi giorni ad immaginare di poterla tenere tra le braccia, accarezzarla, baciarla e farle cose al limite del legale. Non poteva permette che lo intuisse.
Bella sospirò allontanandosi da lui. Edward non poteva immaginare che nella testa della donna passavano le stesse, inopportune immagini.
Continuarono l’allenamento in silenzio. Avevano raggiunto un ottimo affiatamento, tale da passare da un esercizio all’altro senza bisogno di consultarsi.
Prima di andare via, Bella lo prese in disparte per parlargli lontano dalle orecchie dei ragazzi.
«Stavo pensando… ecco… tu lavori a meno di cinque minuti da casa mia e io ho una casa enorme e… forse potresti…»
«Cosa stai cercando di suggerire, Bella?»
«Ma niente! Solo che potresti dormire di più se non dovessi fare tutta quella strada e potremmo andare a correre dalle mie parti, il che sarebbe anche meglio visto che c’è un parco immenso e potresti ossigenare meglio i polmoni e poi mio padre aveva allestito una palestra incredibilmente attrezzata e avresti a disposizione tutto quello che abbiamo qui e…»
«Ehi, ehi, respira, Bella. Vuoi che venga a stare da te?» 
«Solo finché non finisce questo massacro, poi potresti tornare alla tua solita vita - senza rimettere su la pancia però - e, insomma fare… quello che facevi prima.»
«Questo l’avevo capito, ma, Bella, tu neanche mi conosci, come puoi fidarti di portarmi a casa tua?»
«Papà aveva fiducia in te e io mi sono sempre fidata del suo giudizio. Mike ha offeso la sua memoria pur essendogli stato amico per quasi tutta la vita, quindi, forse, sto commettendo un errore in questo momento, eppure dentro di me so che non mi faresti mai del male.»
«Bella, tu non sai…» quanto in questo momento vorrei stringerti a me, tenerti tra le mi braccia, affondare il viso sul tuo collo, inspirare il tuo profumo che mi dà alla testa «…quanto questo sia importante per me. Non ti farò mai del male, non di proposito e non è per rispetto a tuo padre.»
Si guardarono negli occhi perdendosi in un mondo solo loro, comunicando senza parole. Il richiamo di uno dei ragazzi li riportò alla realtà lasciandoli confusi da quello che avevano appena condiviso.
Si conoscevano appena, ma entrambi sapevano di appartenersi ormai.
«Ci vediamo domani alla solita ora. Non hai i piccoli nel pomeriggio, vero?»
«No» sussurrò Edward.
«Ne approfitteremo per fare un salto a casa mia. Prepara una borsa con un po’ di cambi e ricordati di avvisare i tuoi genitori.»
«Guarda che non devo più dire alla mammina quando rincaso tardi.»
«Non devi rincasare affatto, quindi vedi di avvertirli o li farai morire di paura.»
Edward sbuffò acconsentendo a questa ennesima richiesta. Si chiese se sarebbe mai stato capace di spuntarla con quella donna.
«Bella?» La richiamò prima che uscisse. «Sei sicura?»
«Assolutamente» rispose lei con un sorriso sereno e convinto sulle labbra.
Il trasferimento migliorò parecchio le cose. Edward poteva dormire di più, l’ambiente per correre molto più salubre e l’illuminazione della palestra nettamente migliore. L’altra parte della medaglia, però, era tutt’altro che facile da gestire. Il desiderio reciproco continuava ad aumentare e gli sporadici incidenti casalinghi non aiutavano, come la mattina in cui Edward, sceso prima del solito, entrò in cucina trovando Bella ancora in pigiama o, meglio, con una canottiera impalpabile e una culotte da infarto; o quella volta in cui Bella, soprappensiero, entrò nella stanza destinata al ragazzo senza bussare, trovandolo con solo un asciugamano drappeggiato sui fianchi. Molto in basso sui fianchi. Le immagini della perfetta V messa in bella mostra, la scomparsa, dopo un mese di massacrante allenamento, della fastidiosa pancetta che aveva lasciato il posto a un addome sodo e scolpito, la sottile striscia di peli chiari che scomparivano sotto il telo, nonché le due fossette sopra i glutei che non poté fare a mano di notare girandosi un momento - non intenzionalmente  si intende - prima di richiudersi la porta alle spalle, l’aveva perseguitata a lungo.
Quella domenica sera se ne stavano rilassati sul divano quando il telefono di Bella cominciò a suonare.
Vide sul display il nome di Jacob sorpresa per la chiamata. Solitamente la domenica spegneva il cellulare e non sentiva nessuno. 
«Jake?»
«Accendi il computer» le disse senza salutarla, presto.
Bella, agitata dal suo tono, si catapultò ad aprire il portatile accendendolo.
«Jacob che sta succedendo.»
«Apri la posta.»
«Mi spieghi che ti prende?»
«Apri la posta.»
«D’accordo, d’accordo.»
Aprì la posta elettronica trovando una email da parte del suo amico.
«Hai aperto il messaggio?»
«Non ancora.»
«Che stai aspettando?»
«Ti dai una calmata? Mi stai facendo preoccupare sul serio.»
«Datti tu una mossa.» Sbuffando, Bella aprì il messaggio restando a bocca aperta nel vedere quello che conteneva.
Edward le si avvicinò preoccupato dal pallore del suo volto. Le si accostò mettendole un braccio sulle spalle.
«Va tutto bene?»
Bella fissò lo sguardo nei bellissimi occhi che aveva imparato facilmente ad amare continuando a parlare al telefono.
«L’hai trovato?» chiese in un sussurro.
«Non ancora, ma ci stiamo avvicinando, Bella.»
Edward guardò quello che aveva tanto sconvolto la ragazza piegando leggermente la testa come se valutasse le possibilità.
Sentì appena i saluti tra i due amici, troppo preso dai suoi pensieri.
«Grazie, Jake, fammi sapere se ci sono novità.»
Edward la scansò di lato sedendosi alla scrivania. Senza badare al mouse cominciò a trafficare col programma di decriptazione che aveva creato Jacob. Le dita volavano veloci sulla tastiera, aprivano porte nascoste, piccole luci balzavano da un punto all’altro dello schermo rivelando città su città.
Bella riprese il telefono schiacciando un tasto di chiamata rapida.
«Jake, credo sia meglio che venga qui. Adesso.»
«Che succede, Bella. Stai bene?»
«Sì, ma, fidati, devi venire qui subito.»
In men che non si dica, Edward e Jacob si trovarono seduti di fronte, ognuno con un portatile davanti che smanettavano sul programma.
Il silenzio veniva spezzato solo da qualche frase frammezzata dei due. 
«No, non lì.»
«Hai visto?»
«Merda, un altro buco.»
«Siamo vicini. Lo stiamo stanando.»
Jacob si fermò per prendere la birra che Bella gli stava passando. Si appoggiò allo schienale della sedia rilassando i muscoli indolenziti da ore chino sulla tastiera.
Edward ringraziò Bella per la bibita senza zucchero che gli aveva portato.
«Porca puttana, ragazzo. Io sono dannatamente bravo in quello che faccio, ma tu… cazzo!»
Bella era rimasta in silenzio per tutto il tempo, osservando e facendosi mille domande.
Guardò Edward con le ciglia aggrottate.
«Quindi? Cosa sei, una specie di genio mancato?»
Lui fece spallucce prima di rispondere: «no, preso in pieno.»
«Mi spieghi perché cavolo fai il cameriere se potresti lavorare per la NASA?»
«Non amo lo studio.»
«Prego?»
«Non mi piace studiare. Credo che sia necessaria la laurea per fare domanda alla NASA.»
«Beh, credi male. Ti prenderebbero anche se fossi completamente analfabeta se potessero vedere quello che sai fare.»  
«Non mi piace neanche l’idea di restare chiuso in un buco di ufficio con gli occhiali sul naso trecentosessantacinque giorni l’anno.»
«Tu guardi troppa televisione. Ti coprirebbero di soldi.»
«Pensavo di non avere nessuna possibilità senza solida base scolastica alle spalle.»
«Pensavi male.»
«Perché questo discorso non lo fai al tuo amico? È lui che ha creato il programma.»
Un suono provenne dai computer catalizzando l’attenzione dei ragazzi.
«Beccato!» esclamò Edward.
Si alzarono in piedi battendosi vicendevolmente il cinque e dandosi grosse pacche sulle spalle.
«Bel lavoro, amico.»
«Ho solo seguito quello che stavi facendo tu.»
Poi si rivolsero a lei abbracciandola e facendola volteggiare in aria.
Non poteva crederci. Erano riusciti a scovare Mike e con lui tutto ciò che le apparteneva.
Si rimisero al lavoro trasferendo tutti i fondi nei conti di Bella senza perdere tempo.
Quando terminarono era ormai notte fonda.
Jacob la abbracciò promettendole di festeggiare il giorno dopo.
Bella si chiuse la porta alle spalle ancora sotto shock.
Si lasciò scivolare sulla porta, avvicinò la testa alle gambe facendo respiri profondi.
Edward le si avvicinò abbassandosi fino a trovarsi accanto a lei nel momento in cui la ragazza scoppiò a piangere.
Lui l’abbracciò cullandola dolcemente.
Quando riuscì a fermare le lacrime, lo guardò perdendosi nel mare calmo dei suoi occhi.
«Non è per i soldi, Edward.»
«Lo so» le disse lui posandole un bacio sulla fronte. «Lo so.»
«I miei genitori… loro…»
«Lo so, Bella. È finita adesso.»
Lei si strinse a lui capendo di non voler essere da nessun’altra parte.
Si era innamorata. In meno di un mese aveva trovato ciò che cercava da tutta la vita. Più tardi, avvinghiata al corpo stupendo del suo amante, scoprì di non essere la sola in quella nuova e meravigliosa avventura quando Edward le confessò il suo amore.

Edward non tornò più a vivere dai suoi genitori. Partecipò al torneo per il quale si era preparato tanto, ma subito dopo appese i guantoni per non indossarli mai più. Continuò a correre tutti i giorni con Bella, ma sostituì quasi tutti gli esercizi con attività fisiche molto più piacevoli che coinvolgevano la sua ragazza. Entrambi erano concordi a compiere quel sacrificio per evitare il ritorno della pancetta.
Cominciò a lavorare nella società di Bella rendendola ancora più grande e famosa. Tutte le mattine, dal lunedì al venerdì perché il pomeriggio era dedicato ai piccoli del Charlie e Renèe Swan faundation, conosciuta nella zona come Sun & Fun, un ritrovo per giovani, senza scopo di lucro.
Bella avrebbe voluto poter sistemare ogni famiglia, ma si arrese all’idea che non ci sarebbe mai riuscita. Avrebbero continuato con la palestra - ora finalmente luminosa -, ma avrebbero anche pensato al loro futuro insieme. Un futuro che si prospettava davvero meraviglioso.